Uso inconsapevole tecn informatiche - Didattica, Arduino, Sistemi, Informatica, Elettrotecnica di G. Pirraglia

Vai ai contenuti

...

 
PRIMO INCONTRO
INTERNET E I SOCIAL NETWORK COME LUOGHI SENZA REGOLE: PERCEZIONE ERRATA E DIFFUSA .
 Bisogna, al contrario, assolutamemente dire, con estrama forza e chiarezza, che:
 - INTERNET E I SOCIAL MEDIA NON SONO INNOCUI. Osservazione che puo apparire banale, banalissima.
 Eppure costantemente ignorata dai molti studenti che sul web aggrediscono, insultano, calpestano anche i principi elementari della convivenza umana, prima che civile;
 di conseguenza,
 - INTERNET E I SOCIAL MEDIA NON POSSONO ESSERE E NON SONO UN LUOGO SENZA REGOLE.
 Con buona pace delle utopie, nessuna societa puo reggersi senza diritto, dunque, senza regole;
 di conseguenza, ancora,
  - INTERNET  E  I  SOCIAL  MEDIA  NON  POSSONO  ESSERE  UN  LUOGO  SENZA RESPONSABILITA NE SANZIONI, E NEPPURE CON SANZIONI NON PROPORZIONATE ALLA NOCIVITA DEI COMPORTAMENTI.
La diffamazione digitale, ad esempio, non e meno grave di quella a mezzo stampa, una notizia falsa diffusa in rete non e meno dannosa (anzi, lo e forse di piu) di una divulgata da un giornale o dalla televisione.
 Bisogna partire da queste tre affermazioni, per far comprendere agli studenti come, in alcuni di loro, sia errata la percezione di tale fenomeno.
 Percezione errata, che spesso "spinge" gli studenti a fare un utilizzo inconsapevole ed improrio delle tecnologie informatiche, che puo provocare gravissime conseguenze, in chi viene preso di mira (le cronache ci hanno piu volte resi edotti sui casi di suicidio di adolescenti, vittime di cyberbullismo), spesso per la sua "diversita" dal resto del gruppo.
 Tale grave uso distorto del mezzo infortico, espone poi chi lo pone in essere, a conseguenze gravi (di natura amministrativa, civile e penale) sia sotto il profilo sanzionatorio che su quello risarcitorio.
 
L' IDENTITA DIGITALE
 Cominciamo  col  definire cosa si intende per  identita digitale. Nell'entrare  a  far  parte di una comunita digitale occorre costituire un account che ci identifichi all'interno del media sociale.
 Si viene cosi a creare un'identita  digitale sulla base dei dati che il gestore della piattaforma ci chiede come condizione minimale per far parte del Media Sociale costituito (solitamente sono sufficienti il nome e il cognome e un indirizzo di posta elettronica) e i dati ulteriori che ci consente di inserire (foto, professione, domicilio, data di nascita ecc.).
 L'identita digitale ha la funzione di permettere l'identificazione del soggetto all'interno della Community e di riferirgli atti e attivita. Si tratta peraltro dell'unico profilo di individuazione del soggetto all'interno della comunita digitale, e la maschera con cui ci si presenta.
 Il profilo che andiamo a costituire con informazioni e immagini, anche di fantasia (vedremo in seguito fino a che punto e possibile spingersi.
 L'attivita di creazione dell'identita digitale rappresenta ad un tempo un fenomeno associativo (senza l'account digitale non e possibile essere parte della comunita digitale) e un momento di sviluppo della persona sia sotto il profilo del diritto ad associarsi, sia sotto il profilo della creativita nella costruzione di un'identita personale di fantasia in tutto e/o in parte.
 Il  principale  riferimento  a  tutela  della  identita  digitale  delle  persone  fisiche  e  l'art.  2  della
 
Costituzione in base al quale "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalita, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarieta politica, economica e sociale".
 
Vero e  che la stessa identita digitale in quanto strumento di accesso alla comunita digitale e momento di sviluppo della personalita dell'individuo ex art. 2 Cost. ed in quanto tale deve trovare in ogni modo tutela trattandosi di un diritto inviolabile.
 
La  creazione  di  un'identita  digitale  viene  ad  essere  momento  di  sviluppo  della persona  in  quanto atto  di  aggregazione  ad  una  collettivita nonche  in  alcuni  casi segno distintivo e/o opera creativa suscettibile di tutela da parte della disciplina del diritto della proprieta  intellettuale.
 
Inoltre l'identita reale e quella digitale si vengono in qualche modo in genere a sovrapporre.
 
 
La stessa identita di fantasia creata finisce per rappresentare un carattere distintivo della persona. Insomma si puo dire che l'identita digitale e parte dell'identita personale.
 
Ancora e possibile che qualcuno degli utenti della rete associ una identita digitale a determinate immagini o fatti. Si pensi al post di una foto, che ritrae l'utente insieme ad altre persone o durante una certa manifestazione, che risulti non rispondente all'identita  reale o anche a quella digitale creata dall'utente.
 
Pensiamo all'operazione del "taggare" in Facebook con cui si riproduce sulla pagina dell'utente una foto che lo riguarda. Puo essere una foto che lo ritrae da solo o insieme ad altri oppure un'immagine diversa. Laddove si tratti di un'immagine dell'utente  diffusa in rete senza il  suo consenso ci troveremo di fronte all'applicazione  delle norme sul diritto all'immagine  (art. 10 c.c.) in quanto l'atto di riproduzione dell'immagine nella rete rappresenta una forma di "pubblicazione"  della stessa.  Quanto  alla  natura  di  "atto  di  pubblicazione"  della  messa  su  profilo  Facebook  di un'immagine possiamo ricordare quanto recentemente affermato nella sentenza della Cassazione
 
che ha equiparato la diffamazione a mezzo Facebook a quella a mezzo stampa, dando rilevanza alla "idoneita e capacita del mezzo utilizzato per la consumazione del reato a coinvolgere e raggiungere una pluralita di persone … con cio cagionando un maggiore e piu diffuso danno alla persona
 
offesa" (Cass. n. 24431/2015).
 
 
Laddove pero l'immagine non sia rispondente al profilo dell'utente (ad esempio viene rappresentato durante una festa di partito cui aveva partecipato casualmente senza che vi fosse una sua adesione all'ideologia del partito medesimo) avremo un'ulteriore violazione del diritto all'identita
 
personale.
 
LA CREAZIONE DI UNA IDENTITA DIGITALE E LIBERA?
 
 
 
 
Il quesito merita di essere analizzato tenuto conto di differenti ipotesi.
 
 
E in primo luogo possibile che venga creata un'identita digitale corrispondente ad un'identita reale altrui in tutto o in parte.
 
Potrebbe darsi che un utente abbia dato luogo ad un autentico furto di identita per attirare altri utenti (si pensi a chi crea un'identita corrispondente a quella di un personaggio famoso) oppure per danneggiare un altro utente, gettando su di lui discredito.
 
Riteniamo che sul punto sia importante valutare l'eventuale possibile confusione tra le due identita. Cosi l'aver  adottato la foto di un personaggio famoso per il proprio profilo indicando il proprio nome e cognome nonche i propri dati anagrafici, non genera confusione.
 
Il fatto che non sussista confusione tra le identita non vuol dire che si sia esenti da responsabilita.
 
 
Il personaggio famoso potrebbe comunque agire facendo valere quantomeno la violazione della propria identita personale in quanto la sua immagine e stata legata ad un profilo non rispondente alla sua persona.
 
Si pensi ancora al caso in cui un utente pur usando il proprio nome e cognome utilizzi per il proprio profilo un'immagine altrui senza il di lui consenso.
 
In questo caso ricorreranno le norme sul diritto all'immagine e in particolare l'art. 10 c.c. in base al quale: "Qualora l'immagine di una persona o dei genitori, del coniuge o dei figli sia stata esposta o pubblicata fuori dei casi in cui l'esposizione o la pubblicazione e dalla legge consentita, ovvero con pregiudizio al decoro o alla reputazione della persona stessa o dei detti congiunti, l'autorita giudiziaria, su richiesta dell'interessato, puo disporre che cessi l'abuso, salvo il risarcimento dei danni".
 
E poi possibile che l'appropriazione riguardi un profilo digitale creando confusione all'interno dello stesso Media Sociale oppure anche in due Media Sociali distinti.
 
Come detto la creazione di un'identita digitale e un fenomeno che rientra nella tutela delle opere frutto della creativita personale dell'autore e allo stesso tempo dei segni distintivi.
 
Sul punto occorre distinguere l'ipotesi in cui si tratta di una creazione identificativa di un'attivita economica oppure no.
 
Nel primo caso ricorrera la tutela del diritto di autore, ma anche dei marchi e dei segni distintivi. Possiamo  al  riguardo  ricordare  un  caso  riguardante  i  gruppi  Facebook.  Qui  i  giudici  hanno riconosciuto tutela ai marchi atipici ivi presenti solo per i quelli utilizzati nell'ambito di un'attivita economica. "Posto che i gruppi Facebook, ove usati nell'ambito di un'attivita economica, svolgono la funzione di segni distintivi atipici, costituisce condotta di concorrenza sleale confusoria - ma anche contraffazione di marchio - la modifica di un tale gruppo da parte di un soggetto che,
 
avvalendosi abusivamente della  sua  qualita  di  amministratore, estrometta  gli  altri,  sostituendo l'originaria denominazione, corrispondente alla denominazione sociale e al marchio dell'impresa titolare dell'attivita di riferimento (Syprem) e quindi del gruppo, con altra confondibile (Syemme), oltretutto riconducendo il gruppo stesso ad una propria attivita concorrenziale (nella specie, il tribunale, adito in sede cautelare, ha disposto il ripristino dell'originaria denominazione e degli originari amministratori, con esclusione di quello che aveva operato illegittimamente, essendo In assenza di un'attivita economica della vittima del furto di identita digitale, dato che, come detto, l'identita digitale e momento dello sviluppo della persona, il furto dell'identita digitale importa la sovrapposizione di un aspetto identificativo della persona di un dato soggetto rispetto ad atti e fatti a lui non corrispondenti. Saremmo nuovamente in genere in presenza di una violazione dell'identita personale per come sopra descritta.
 Inoltre, anche se l'identita digitale non e collegata ad un'attivita economica, ove essa sia ascrivibile al genere delle opere creative tutelate dal diritto di autore, il titolare potra trovare tutela nella relativa disciplina.
 Infine un ulteriore limite alla creazione di un profilo di fantasia si puo riscontrare laddove questo sia finalizzato a trarre in inganno terzi.
 Potremmo avere ipotesi ascrivibili al reato di truffa (mi fingo un milionario straniero per carpire il consenso altrui alla stipula di un determinato contratto) che porta a conseguenze sia sul piano penale sia su quello civile (annullabilita del contratto per dolo vizio del consenso e risarcimento del danno). Curioso e il recente caso dell'azienda che ha creato un falso profilo femminile su Facebook per  provare  l'assenteismo  del  lavoratore  (il  lavoratore  chattava  per  ore  con  la  "falsa  amica" lasciando il posto di lavoro) e licenziarlo per giusta causa.
 La Suprema Corte ha affermato il seguente principio di diritto "non puo dirsi che la creazione del falso profilo Facebook costituisca di per se una violazione dei principi di buona fede e correttezza nell'esecuzione del rapporto di lavoro, attenendo ad una mera modalita di accertamento dell'illecito commesso dal lavoratore, non invasiva ne induttiva all'infrazione, avendo funzionato come mera occasione o sollecitazione cui il lavoratore ha prontamente e consapevolmente aderito" (Cass., sez. lav., 27/05/2015, n. 10955).
 
IL PROBLEMA DELL'ANONIMATO IN RETE E L'USO DEL NICKNAME
 Se non vi e dubbio che gli utenti della rete possono agire anche sotto nomi di fantasia ovvero pseudonimi creati ad arte per non rivelare a tutti la propria identita, e altresi fuori di dubbio che anche il nickname puo indurre in errore gli utenti e arrecare danno alla persona presa di mira, ogni volta in cui anche il solo nickname sia facilmente attribuibile a una persona diversa da quella che
 se ne e impossessata e il suo utilizzo sia in grado di danneggiare il suo legittimo titolare. Infatti, piu volte la giurisprudenza ha affermato che per "nome"non si deve intendere solo il nome di battesimo, ma anche tutti i contrassegni di identita. In questi identificativi vanno ricompresi allora anche i cosiddetti nickname, che attribuiscono un'identita virtuale ma che hanno anche una dimensione concreta. La Suprema Corte di Cassazione, in una sentenza del 28/11/2012, ha dato rilievo alla condotta di un soggetto che si muoveva nel web usando le iniziali della parte offesa, alle quali pero aveva associato anche il suo numero di cellulare, senza che potessero residuare grandi margini di dubbio circa la sua identita. Pertanto, qualora non vi siano dubbi sulla riconducibilita a una persona fisica specifica, il "furto" di nickname e in grado di per se di integrare il reato di cui all'art. 494 c.p.
 
IL COSIDDETTO DEEP WEB O DARKNET. L'ANONIMATO IN RETE.
 Il cosiddetto "darknet" e uno spazio in cui gli utenti navigano con la sicurezza dell'anonimato, utilizzando reti Tor, che non consentono di rintracciare l'"ID"  iniziale. Non e di per se illecito collegarsi sfruttando la possibilita di rendere irriconoscibile il proprio "ID", ma lo diventa tutte le volte in cui si usa l'anonimato per commettere reati (dalla pornografia minorile on line, fino allo scambio di materiale protetto da copyright o attivita di agevolazione alla prostituzione). A livello giuridico, e importante rilevare che lo scambio di materiale illecito attraverso reti Tor non puo essere "semplificato" considerandolo una condivisione tra un gruppo ristretto di soggetti: anche chi fa parte di reti Tor o nodi di Tor in deep web deve essere parificato a una community indistinta di persone  con  conseguente  potenzialita  diffusiva  del  materiale  condiviso.  E  quindi  del  tutto irragionevole derubricare i fatti sul rilievo del minor numero di partecipanti al "gruppo". Sul punto, si e espressa la Corte di Cassazione con la sentenza del 14/03/2013, n. 20921.
 Gli  utenti  che  intendono navigare  in  anonimato  nel  web  convenzionale ricorrono solitamente all'utilizzo dei cosiddetti public anonymous proxy, ovvero dei server che fungono da schermo rispetto ai dati allocati sul computer dell'utente. Per accedere alla rete sommersa del deep web, invece, e necessario installare sul proprio pc ed utilizzare "TOR", un sistema di anonimizzazione e di crittografia del flusso di dati, che peraltro non richiede conoscenze troppo tecniche della rete. Proprio per quest'ultimo motivo il deep web e diventato velocemente uno spazio diffuso, anche tra i piu giovani, per scambiarsi contenuti illeciti o conoscenze non convenzionali, comunicando in modalita  crittografata, perche  i  dati  non giungono direttamente  al  richiedente, ma  rimbalzano attraverso piu macchine.
 Un proxy e semplicemente un programma che si interpone tra un client ed un server, inoltrando le richiesta e le risposte dall'uno all'altro. Il client si collega al proxy invece che al server e gli invia
 delle richieste. Il proxy, a sua volta, si collega al server e inoltra la richiesta del client, riceve la risposta e la inoltra al client. I server esterni a cui ci si collega attraverso un proxy vedranno generalmente le connessioni provenienti dall'indirizzo IP di quest'ultimo e non da quello del client. In  questo  modo  il  server  non  puo  conoscere  l'indirizzo  IP del  client,  in  quanto  il  server  di destinazione non potra conservare all'interno dei propri file di log il reale indirizzo IP del computer dal quale l'agente si e connesso, ma si limitera a ritenere di essere stato contattato dall'indirizzo IP del server proxy.
 Anche  il  funzionamento della  rete  Tor  e  semplice.  I  dati  che  appartengono ad  una  qualsiasi comunicazione non transitano direttamente dal client al server, ma passano attraverso i server Tor che agiscono da router, dando vita a un impianto virtuale crittografato.
 L'uso di questa crittografia "a strati" ancora una volta permette di garantire la segretezza dei dati. Tuttavia, alla luce delle ultime indagini, sara possibile, anche se piu difficile, identificare l'utente della rete. Recenti indagini della polizia postale, infatti, sono riuscite a identificare anche gli utenti del cosiddetto darknet, collaborando in alcuni casi anche con l'FBI statunitense, e infrangendo le ultime barriere dell'impenetrabilita della rete. Legalmente, quello che e importante sapere e che l'anonimato assoluto non esiste e che le indagini informatiche negli ultimi anni si sono di molto evolute.
 Come abbiamo visto, utilizzare TOR o proxy non e di per se vietato, se non si commettono reati. Tuttavia, proprio perche i dati "rimbalzano" da computer a computer in sequenza casuale, navigare nel deep web potrebbe esporci, nostro malgrado, a rischi anche gravi, come quello di essere indagati a nostra insaputa perche sul nostro pc sono transitati contenuti o dati illeciti. Fornire prova contraria potrebbe diventare diabolico, se non addirittura impossibile.
 Dal punto di vista civilistico, invece, se si acquistano beni o servizi nel deep web e si e vittima di una comune frode informatica, il venditore non sara individuabile (almeno non facilmente), con la conseguenza di non ottenere ristoro nelle sedi opportune.
 Pertanto, anche se l'anonimato di per se e tollerato nel nostro ordinamento, e opportuno sapere che sottrarsi all'individuabilita espone a rischi di gran lunga superiori ai vantaggi reali o presunti dell'anonimato.
 Molto diverse rispetto al darknet, sono le community "Spotted", ovvero quelle pagine che nascono sui  social  network  per  segnalare  o  rendere  pubblici  episodi  di  vita  comune,  da  esperienze scolastiche fino  a  dichiarazioni d'amore  o  altre  circostanze ironiche o  che  dovrebbero essere divertenti.
 L'amministratore della pagina, in genere, filtra i messaggi, decide quali pubblicare, omettendo in genere il nome del mittente del messaggio. Nell'ottica degli ideatori di questo sistema di comunicazione,  l'anonimato  dovrebbe  agevolare  lo  scambio  disinvolto  di  opinioni  e  idee  su
 argomenti difficili o delicati.
   Per lo stesso motivo e nata ASK, la community statunitense in cui gli utenti si scambiano domande e risposte celandosi dietro l'anonimato.
 La stessa logica sta dietro le applicazioni "anonime" quali Snapchat, Dustapp, Secret.ly,   cloni "segreti" del sistema di messaggistica istantanea WhatsApp e delle principali community di condivisione dati.
 Tuttavia, valgono in questi casi le stesse osservazioni svolte per l'individuazione degli indirizzi IP degli utenti che scrivono contenuti con nickname o false identita. Si tratta di un "falso anonimato", ovvero di una cancellazione dati logica, non fisica. Partendo dal presupposto che i dati vengono memorizzati e conservati nel server del fornitore per un tempo massimo che varia a seconda del paese  di  riferimento,  anche  in  questo  caso  l'accertamento  informatico  passera  attraverso  i tradizionali mezzi di ricerca della prova (testimonianze, sequestro probatorio, ecc…), oppure attraverso l'acquisizione dei contenuti per il tramite dei consulenti tecnici del difensore munito di mandato di indagine difensiva.
 
Lezione 2

 
Sospesi per un anno i quattro ragazzi protagonisti del video-pestaggio di Torino
 
Azione disciplinare per il docente che "aveva lasciato la classe"
 
Nelle indagini sulle violenze contro il ragazzo disabile è stato sequestrato un altro filmato scoperto perquisendo le case dei minorenni indagati

 
TORINO-Sospesi per l' intero anno scolastico. Questa, in attesa delle conclusioni della magistratura, la prima tegola che si abbatte sui quattro giovanissimi autori del video-scandalo alla scuola superiore per grafici pubblicitari "Steiner" di Torino. La decisione è stata presa dalla giunta esecutiva dell' istituto.
 
Gli studenti, che oggi sono stati interrogati dai pubblici ministeri del tribunale per i minorenni (sono tutti indagati di violenza privata) tra lacrime e profferte di scuse, potranno svolgere "un percorso educativo di recupero" in una istituzione con finalità sociali, magari all' interno della stessa scuola, magari assistendo i disabili.
 
Una decisione, quella presa dai vertici dello "Steiner", che soddisfa anche il ministro della pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni: "E' un provvedimento giusto che permetterà di far comprendere ai ragazzi la gravità del loro gesto". Per il direttore scolastico regionale, Anna Maria Dominici, la scuola "ha dato una risposta forte a un evento grave", senza tuttavia dimenticare "la sua finalità, che è quella di educare ai comportamenti rispettosi nei confronti degli altri e soprattutto dei più deboli".
 
Ci sono guai in vista anche per un' insegnante dello "Steiner", che ha lasciato la classe poco prima che cominciasse il crudele gioco contro lo sfortunato studente autistico: il preside le ha mosso un addebito disciplinare. E il Ministero, tramite il dipartimento regionale, oltre a valutare la possibilità di costituirsi parte civile in caso di processo vuole rivolgersi alla Corte dei Conti per capire se ci sono danni all' immagine o di natura contabile.
 
"Sono addolorato", ha affermato oggi uno dei quattro ragazzi prima di essere ascoltato dal giudice. "Non trovo le parole - spiega - per definire quanto è successo. Non è nemmeno uno scherzo di pessimo gusto. Posso soltanto dire che non è nata come una cattiveria".
 
Ognuno dei protagonisti ha un ruolo definito. Il primo ragazzo ha fatto il gesto di percuotere il compagno, il secondo ha tracciato simboli nazisti sulla lavagna e si è prodotto in un saluto romano, il terzo ha ripreso la scena con una piccola videocamera; una studentessa, infine, nell' agosto successivo ha diffuso una copia del filmato su internet. Nei loro racconti, l' episodio deve essere inquadrato nel contesto degli ultimi giorni dell' anno, in un clima festaiolo.
 
Gli altri allievi della "seconda F" - una quindicina di futuri grafici pubblicitari - non intervengono, ridono, schiamazzano o mostrano indifferenza. Anche la loro condotta entrerà al vaglio del consiglio di classe, che condurrà un' indagine conoscitiva (senza tralasciare l' audizione dei genitori) di concerto con gli ispettori ministeriali.
 
I quattro autori della bravata "hanno avuto la percezione della gravità del fatto solo quando ne hanno cominciato a parlare i giornali", spiega il preside, Camillo Di Menna. "E dopo le prime notizie - aggiunge uno degli avvocati, Cosimo Palumbo - sono stati proprio loro ad autodenunciarsi ai professori".
 
E ora ci si chiede perchè una classe frequentata da ragazzi provenienti da famiglie normali, capaci di prendere buoni voti, è finita sotto i riflettori. "Bisogna riflettere su quanto è diffusa la cultura della non accettazione della diversità", dice Palumbo, augurandosi che "il clamore mediatico non sia controproducente  per tutti e, in particolare, per la vittima".
 
Vittima alla quale, finora, a quanto si sa nessuno ha ancora chiesto direttamente scusa. Gli inquirenti, intanto, lavorano al materiale sequestrato. E spunta un secondo video finito su internet, con scene di vita di classe (senza rilevanza penale), che testimonia l' abitudine diffusa tra i giovani di giocare con cellulari e videocamere mettendo poi in rete le immagini.
 
 
Torino, filmano i professori durante la lezione: sospesi 22 alunni

 
Il video incriminato circolava su Whatsapp. Dopo il sequestro dei telefoni la preside di una scuola media ha deciso di punire alcuni studenti.
 
I genitori accusano gli insegnanti: "E' violazione della privacy"
 
13:42 - Hanno filmato i professori durante le lezioni e hanno fatto circolare il video su  Whatsapp. Per questo sono stati sospesi 22 studenti di una scuola media di San Francesco al Campo (Torino). Alcune studentesse si sarebbero invece fotografate tra loro nello spogliatoio. Le forze dell'ordine non hanno però ricevuto alcuna denuncia.
 
Polemiche tra i genitori.
 
La preside della scuola, Adriana Veiluva, ha firmato il provvedimento di sospensione dopo che un professore aveva sequestrato lo smartphone ad alcuni alunni. I ragazzi, in classe, stavano ridendo dell'insegnante e durante il controllo dei cellulari sono stati trovati vari filmati e immagini corredate da commenti ironici degli studenti.
 
Alcuni alunni sono stati sospesi per un giorno intero mentre altri solo per qualche ora. Molti genitori, però, non hanno gradito l'intervento punitivo perché sostengono che il sequestro dei telefonini e la visione dei contenuti siano atti che violerebbero le leggi sulla privacy.
 
Intanto nella scuola si svolgerà un'assemblea per affrontare il caso e la preside sta valutando l'opportunità di organizzare incontri per tutti gli iscritti dell'istituto comprensivo sul corretto uso dei telefonini.

 
Community e provvedimenti disciplinari nelle scuole
 
 
Negli ultimi anni sono aumentati i provvedimenti disciplinari in ambito scolastico originati da messaggi  diffamatori  inviati  a  mezzo  sistemi  di  messaggistica  simultanea,  nello  specifico soprattutto a mezzo WhatsApp da parte degli studenti. Dal punto di vista giuridico, si pone il problema degli eventuali ricorsi contro i provvedimenti disciplinari irrogati, che vanno dalla sospensione per qualche giorno fino all’espulsione dall’istituto scolastico. Innanzitutto,
 
l’art. 18/2 del D.Lgs. n. 196/2003 legittima il trattamento dei dati personali da parte della Pubblica Amministrazione per lo svolgimento delle funzioni istituzionali cui sono adibite: pertanto non esiste alcuna violazione del T.U. in materia di Privacy nell’eventuale acquisizione dei messaggi privati degli studenti che si pongano in contrasto non solo con le norme del codice penale,ma anche con i disciplinari interni degli istituti. In  virtù di quanto appena esposto,  i professori e i dirigenti scolastici non devono richiedere il consenso dell’interessato per l’acquisizione dei dati, ma devono tuttavia garantirne la custodia così come previsto dall’art. 18, comma 4, D.Lgs. n.
 
196/2003. In particolare il dirigente scolastico, ai sensi del T.U. in materia di Privacy, è il soggetto Titolare  del  trattamento  dei  dati,  mentre  gli  insegnanti nell’ambito  delle  rispettive  funzioni  e competenze sono gli incaricati del predetto trattamento, a ciò legittimati dal dirigente stesso. Inoltre è opportuno rilevare che proprio in capo ai singoli istituti scolastici incombe la precisa funzione istituzionale prevista dal D.P.R. n. 149/1998, rappresentata dall’azione disciplinare.
 
Pertanto le conversazioni a mezzo WhatsApp potranno essere allegate a un provvedimento disciplinare, la cui gravità è graduata in relazione alla condotta commessa.
Il termine "cyber bullismo" e utilizzato per descrivere un fenomeno di prevaricazione, diffuso fra i giovani, specialmente in quelli di età compresa fra i 10 ed i 18 anni, nell'ambito  del quale un soggetto tiene una condotta illecita nei confronti un altro soggetto, tendenzialmente piu debole (per condizione fisica, sociale, psicologica, economica, ecc.), finalizzata ad offendere, spaventare, umiliare la vittima tramite i mezzi elettronici (l'e-mail, la messaggeria istantanea, i blog, i  social media, ecc.), cagionandogli danni fisici e/o psicologici.
Le vittime dei bulli telematici sono, in linea di massima, adolescenti, che nella maggior parte dei casi, frequentano la stessa scuola del cyber-persecutore.
In tale fenomeno, ricorrono spesso alcuni elementi di seguito descritti:

A)    Anonimato  del  bullo:  generalmente,  la  vittima  percepisce  una  difficolta  nel  risalire  al persecutore  ed  ha  il  timore  di  non  poterlo  individuare  con  certezza.  Tale  percezione  non
corrisponde, generalmente, alla realtà, difatti, ogni comunicazione lascia delle tracce e l'anonimato, in  conclusione,  si  dimostra  assolutamente  illusorio.  La  polizia  postale  ovvero  gli  organi investigativi, più in generale, hanno i mezzi per identificare il bullo e/o i bulli anche quando essi ritengono di essere anonimi. Il problema, per), riguarda la percezione della vittima che si acuisce in maniera direttamente proporzionale alla sua debolezza; e per tale ragione che sarebbe opportuno dare risalto al fatto che l'anonimato del bullo e meramente illusorio.
B) Indebolimento delle remore morali: l'anonimato  del bullo associato all'idea che nel mondo virtuale si possa assumere un'identità  diversa da quella che si ha nel mondo reale indebolisce le remore morali del bullo. E' opinione comune che, nel mondo virtuale, si facciano e si dicano cose che nel mondo reale non si ha il coraggio di fare e/o dire; l'estrema conseguenza e il fatto che il bullo finisce per non percepire ne il dolore ne l'umiliazione derivante dal proprio comportamento e finisce per infierire sulla vittima senza pieta, ogni volta che questa si connette, giungendo, in casi estremi, ad invitarla a togliersi la vita senza preoccuparsi del fatto che la persecuzione possa condurla a gesti estremi. Il nickname, in pratica, costituisce per il bullo, una maschera virtuale che lo rende disinibito e che, se possibile, spaventa e disorienta ancor di più la vittima.
C) Assenza di limiti spazio - temporali: il cyber bullo, tendenzialmente, perseguita la propria vittima quando si connette in rete utilizzando i vari mezzi a propria disposizione (mail, chat, video, post pubblicati su social network).
Come il bullo, anche il cyber bullo, agisce per avere visibilità all'interno  del gruppo che assiste senza far nulla oppure irride la vittima; più il gruppo e numeroso e maggiore e la soddisfazione del bullo. Il cyber bullo desidera, difatti, che i propri atti si diffondano il più possibile e ci) costituisce un'ulteriore umiliazione per la vittima. Esistono diverse forme di cyber bullismo, quali ad esempio, la pubblicazione online di informazioni spiacevoli ed imbarazzanti per una persona (siano esse vere o false);  l'estromissione di un soggetto da un gruppo online di una persona a cagione delle proprie condizioni sociali, fisiche e/o psicologiche con il fine precipuo di umiliarla; l' invio reiterato di messaggi offensivi mediante mail; il c.d. fleming: si tratta nell'invio di messaggi violenti e volgari finalizzati a provocare una battaglia verbale all'interno di un gruppo (presente su di un social network) ovvero in un forum. Detto fenomeno e particolarmente diffuso fra i ragazzi che spesso trascorrono molte ora, in special modo la sera, a chattare sui vari gruppi a cui appartengono. Spesso alle battaglie verbali seguono, il giorno dopo a scuola, le vie di fatto.
Il fenomeno del bullismo e, di conseguenza, anche quello del cyber bullismo, ha conseguenze generali  di  carattere  sociale  e  conseguenze  individuali,  sia  per  il  bullo  sia  per  la  vittima. Dal punto di vista generale, il bullismo e una piaga che, negli ultimi anni, ha iniziato a destare particolare allarme sociale; e per tale ragione che, mediante l'introduzione dello Statuto delle studentesse e degli studenti, prima, e con la Direttiva n. 16 del 5 febbraio 2007 (che costituisce
un'applicazione concreta del suddetto Statuto), il legislatore ha dettato i principi fondamentali in termini di funzione rieducativa delle sanzioni disciplinari, in conformità a quanto statuito dalla Costituzione repubblicana, ed ha posto la scuola al centro del sistema di prevenzione e di contrasto al fenomeno.
Il nostro sistema prevede degli strumenti e delle fattispecie astratte che ben possono essere utilizzate per  contrastare  e  sanzionare  i  comportamenti  del  bullo  sia  esso  "cybernetico"   o  meno. Sotto il profilo individuale le conseguenze degli atti di bullismo riguardano: il bullo, la vittima degli atti bullismo, i genitori e chiunque altro ne abbia la custodia per qualsivoglia ragione e/o eserciti la responsabilità genitoriale in luogo dei genitori.
Dal punto di vista della vittima, le conseguenze immediate sono danni fisici e psichici che il ragazzo rischia di portarsi dietro per tutta la vita.
Quanto ai c.d. cyber bulli, per anni, si e diffusa la convinzione sbagliata che, vista la minore eta degli autori dei comportamenti illeciti, le condotte sarebbero rimaste impunite come se quei gesti tanto odiosi e, spesso, codardi non dovessero comportare alcuna conseguenza giuridica.
Gli atti di cyber bullismo, come quelli di bullismo diretto e/o indiretto, in realtà, vengono inquadrati all'interno dei singoli reati previsti dal nostro Codice penale.
A seconda della condotta tenuta, in concreto, il cyber bullo, se maggiore di quattordici anni, potrà essere indagato e, poi, imputato, innanzi al Tribunale per i minorenni, del reato di diffamazione, minacce e nei casi più gravi, qualora la condotta sia reiterata e si configuri come una persecuzione, del  reato  di  cui  all'art.  612  bis  c.p.  (atti  persecutori  - meglio  conosciuto  come  stalking  -). Quest'ultima disposizione, e perfetta per essere applicata ai casi di cyberbullismo.
Il primo comma dell'art.  612 bis c.p. statuisce che : "…Salvo che il fatto costituisca più grave reato, e punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero dea costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita…"
Non ci sono dubbi sul fatto che, nei casi più gravi, il cyber bullo (cosi come il bullo) diviene un persecutore della vittima che e indotta ad alterare le proprie abitudini di vita per tentare di sottrarsi alla    persecuzione    che    le    cagiona    uno    stato    di    ansia    e    di    paura    gravissimo. Si noti, poi, che, dopo le modifiche introdotte dal D.L. 94 del 2013, convertito dalla L. 119 del
2013, alle ipotesi di cyber bullismo, si applica la fattispecie aggravata del reato di cui sopra.  Difatti, il  comma  secondo  dell'art.  612  bis  c.p.  stabilisce  che:"…La  pena  e  aumentata  se  il  fatto  e commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che e o e stata legata da relazione  affettiva  alla  persona  offesa  ovvero  se  ii  fatto  e  commesso  attraverso  strumenti
informatici o telematici…".

Spesso, per), nonostante la normativa, sopra citata, che, in astratto, prevede conseguenze gravi per gli autori delle condotte illecite, si diffonde un'idea di impunita: il cyber bullo, oltre all'impressione di non poter essere individuato, ritiene che, anche se individuato, la sua condotta non verra punita. Detta  erronea  supposizione  discende,  in  parte,  dal  fatto  che,  essendo  l'autore   del  fatto  un minorenne, la giustizia minorile sarebbe meno afflittiva e tendente al perdono ed, in parte, da un comune sentimento di sfiducia nel sistema giudiziario italiano.
La Giurisprudenza della Suprema Corte, a più riprese, ha smentito dette fuorvianti convinzioni, arrivando a ritenere adeguata, in casi particolarmente gravi, la custodia cautelare nel carcere minorile, per gli autori di atti di bullismo.
E' vero che, la Suprema Corte, in una delle ultime sentenze, in materia, pronunciata nel 2010 (cfr. Cassazione penale, sez. II, sentenza 13.10.2010 n° 36659), ha affermato che la custodia cautelare deve costituire la misura estrema ma e altrettanto vero che ha ribadito che e corretto applicarla agli indiziati di atti di bullismo, in attesa di giudizio, nei confronti dei quali sussistano particolari indizi di colpevolezza e per i quali sussista il pericolo concreto che le condotte si ripetano. Del resto, anche nei confronti di coloro che sono accusati di atti di bullismo, che configurano ipotesi di reato meno gravi, la Corte di Cassazione ha ritenuto commisurata alla gravita di tali condotte la misura cautelare del collocamento in comunità, ritenendo comunque opportuno applicare una misura cautelare che prevenga la reiterazione dei reati (cfr. Corte di Cassazione, sez. II penale, sentenza n.
5686/13).

E', pertanto, evidente che chi si rende colpevole di atti di bullismo ed ha un’età superiore ai 14 anni può subire anche conseguenze gravi delle quali spesso non si rende conto anche perché altrettanto spesso mancano informazioni che rendano edotto il minore sulle conseguenze delle proprie azioni. Obiettivo dell'odierno progetto, e anche quello di far comprendere agli studenti, che il nostro ordinamento  prevede  meccanismi  sanzionatori  (che,  nei  casi  più  gravi,  sfociano  nella condanna  anche  a  pene  detentive  da  scontare  in  particolari  strutture)  che  implicano  la celebrazione  del  processo  innanzi  al  Tribunale  per  i  minorenni.  E'  doveroso  ricordarlo  e spiegare detti meccanismi, ai minori, per evitare che passi il messaggio che il minore, in quanto tale, rimane sempre impunito.
E' altresi utile, poi, sottolineare le possibili conseguenze che gravano sui genitori, derivanti da un atti di cyber bullismo commessi dal proprio figlio minorenne.
L'art.  2048  c.c.  statuisce che: "Il padre e la  madre,  o il tutore,  sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle persone soggette alla tutela, che abitano con essi.......ecc.".
La disposizione, sopra citata, costituisce il riferimento normativo sulla base della quale sussiste la responsabilità dei genitori, quando un minore, con la propria condotta illecita (ad esempio, commettendo atti di cyber bullismo), cagioni danni a terzi.
La giurisprudenza di legittimità, sul punto, ha elaborato la fattispecie della "culpa in educando" che prevede la responsabilità giuridica diretta e personale del genitore per i danni cagionati dal figlio/a, anche quando questo si trovi in custodia, presso la scuola ovvero un'altra struttura socio educativa. La Suprema Corte di Cassazione ritiene, difatti, che i genitori sono comunque tenuti a dimostrare, per liberarsi dalla responsabilità per il fatto compiuto dal minore, in un momento in cui lo stesso si trovava soggetto alla vigilanza di terzi, di avere impartito al minore stesso un'educazione adeguata a prevenirne comportamenti illeciti (cfr. Cassazione civile , sez. III, sentenza 21.09.2000 n° 12501 che esprime, con chiarezza, il fatto che la responsabilità degli insegnanti e quella dei genitori sono separate ed indipendenti l'una dall'altra.).
Detto principio e stato, più volte, ribadito dalla Corte di Cassazione che individua, nella carenza di educazione impartita a figli minori capaci di intendere e volere, una fonte di responsabilità, nel caso in cui il minore stesso cagioni danni a terzi (cfr. Cassazione civile , sez. III, sentenza 14.03.2008 n°
7050 che ha statuito: "I genitori sono responsabili dei figli minori che abitano con essi, sia per quanto concerne gli illeciti comportamenti che siano frutto di omessa o carente sorveglianza; sia per quanto concerne gli illeciti riconducibili ad oggettive carenze nell'attività educativa, che si manifestino nel mancato rispetto delle regole della civile coesistenza, vigenti nei diversi ambiti del contesto sociale in cui il soggetto si trovi ad operare. L'eventuale allontanamento del minore dalla casa   dei  genitori  non  vale  di  per  se  ad  esimere  i  genitori  stessi  da   responsabilità "). Dagli atti di cyber bullismo, pertanto, possono discendere conseguenze negative, giuridiche ed economiche, oltre che sociali, per l'autore di detti atti e anche per tutti coloro che sono preposti alla sua tutela ed educazione.
Attraverso questo progetto, dunque, l'Istituzione scolastica vuole fornire agli alunni i mezzi per assumere la consapevolezza delle loro azioni e delle conseguenze legate alle azioni stesse.


Torna ai contenuti